Una mattina sulla strada dello stelvio – capitolo XIII

Dal pont de la Val dei Vedei al casin de i roter

Dal ponte della Valle dei Vitelli al casino dei rotteri

Nel momento in cui rialzo la testa e mi rimetto in cammino vedo che il vecchio, pochi metri più avanti, è fermo a rinfrescarsi al fontanino. Quando lo raggiungo i nostri occhi si incrociano e nuovamente sono in imbarazzo di fronte alla bonarietà dello sguardo di quell’uomo. Sfuggo velocemente ai suoi occhi volgendo rapidamente il viso in direzione delle lapidi marmoree che adornano il piccolo abbeveratoio. Dalla fattura di quelle pietre è facile intuire come esse siano state realizzate e posizionate in epoca fascista. C’è chi dice che quest’acqua, dalla grande carica ferrosa, sia dello stesso tipo della famosa ed ormai scomparsa acqua ferrugginosa di Santa Caterina Valfurva. Io non so quanto ci sia di vero, so solo che, come quelle acque, anche questa piccola fontana è stata abbandonata e distrutta. Sarà stato per l’odio verso i simboli fascisti, per ribellione, oblio, devastazione, ignoranza, abbandono o chissà cos’altro ma anche questo piccolo abbeveratoio, così come altri che si trovavano un tempo lungo la strada, sembra esser stato dimenticato dalle opere di manutenzione e valorizzazione di questa importante via di comunicazione.

Silvano mi precede di pochi passi e, mentre con ritmo ben cadenzato lasciamo alle nostre spalle al prim e ‘l segont tourniquets de Spondalonga, non posso fare a meno di notare come la vegetazione si stia velocemente sviluppando anche in questa zona. Certamente è ancora molto rada ma la mia impressione è che negli ultimi anni stia decisamente avanzando e, a dimostrazione di ciò, mi basta osservare i giovani larici presenti nei paraggi.

Avvicinandoci al chiosco e al suo omonimo tornante l’occhio non può fuggire alla magnificenza della cascata di Spondalonga. Questa cascata, seppure già  impetuosa di sua natura, diventa incredibile quando l’azienda idroelettrica la integra con le sue acque “di sfiato”. Bianchissima e irruenta, questa acqua turbolenta è ogni anno oggetto di migliaia di fotografie.

« Silvano, cosa ne dice se ci fermiamo un secondo e beviamo un caffè? »
« Credo che il locale sia chiuso ma se fosse aperto più che volentieri. »
Pochi metri più avanti mi accorgo che il vecchio aveva ragione. L’anta di legno che protegge la porta di ingresso del bar è sbarrata e nel parcheggio non ci sono né la macchina di Gino né la motocicletta di Tino.
« Ha ragione lei. Anche loro avranno approfittato della chiusura della strada per scendere in paese a fare qualche lavoretto. »
« Credo anch’io, di sicuro Tino sarà nella sua officina a realizzare opere in ferro. Non so se lo sai, ma Tino è un fabbro bravissimo. »
« Sì sì lo so. Bravo ed ingegnoso! Più volte per i Pasquali, con il gruppo dei nostri amici del reparto Buglio, ha realizzato un sacco di opere dagli articolati meccanismi. É un peccato che stamane non ci sia nessuno, è sempre piacevole fermarsi con loro a fare quattro chiacchiere. »

Saltata la sosta non ci resta che proseguire il nostro cammino verso l’alto. Questo tratto di strada sale con pendenza regolare sfruttando da parte a parte tutta la larghezza e la sinuosità del pendio. Tourniquet de la gera, tourniquet de la discoteca, tourniquet de Fiorina. Uno dopo l’altro abbiamo passato questi tornanti e i più o meno lunghi tratti di strada rettilinea che li separano. Per almeno una quindicina di minuti tra me e Silvano è calato il silenzio. Unica eccezione è  stato un breve scambio di battute sui colori sgargianti dei grossi quadri disegnati sulla porta che conduce ai tunnel dell’azienda energetica, portone che negli anni d’oro dello sci estivo al Passo dello Stelvio qualche bontempone spacciava agli ignari turisti come l’ingresso di una discoteca.
Il silenzio di questi minuti, sostituito in maniera sublime dai suoni della natura, non ha tuttavia arrestato il turbine di pensieri che corrono nella mia mente. Passato il chiosco di Gino ho inevitabilmente ricordato come nei nostri ultimi incontri il discorso sia quasi sempre caduto sull’insensatezza del provvedimento di chiusura del sentiero di Campo dei Fiori, adottato dal Parco Nazionale dello Stelvio dal 2019. Lui, tra l’altro, è per me l’emblema della follia di quella decisione. Più volte ho cercato di trovare una ragione logica nella scelta ma non ne sono mai stato capace. Ho anche scritto, senza mai ricevere risposta, al Presidente del Parco, ai Sindaci e al Presidente della Comunità Montana. Gino ha passato tutta la vita in questi luoghi, ha pascolato il bestiame sui prati di Radisca. Ha attraversato in lungo e in largo queste montagne e conosce attraversamenti che nessun’ altro ha mai nemmeno immaginato. Eppure il Parco Nazionale dello Stelvio ha emesso un provvedimento che vieta a lui e a chiunque altro, non accompagnato da una Guida Alpina, di frequentare quel percorso sul quale lo stesso Parco, negli anni precedenti ha investito ingenti somme di denaro per il ripristino e la manutenzione del tracciato. Intendiamoci, nessuna contestazione alla encomiabile e validissima opera di valorizzazione del territorio e dei suoi percorsi storici, ma perché la chiusura? E soprattutto perché l’obbligo di essere accompagnati da una Guida Alpina? Non posso non sorridere amaramente al solo immaginare Gino che per camminare nel suo giardino di casa sia costretto a doversi fare accompagnare da una giovane Guida Alpina che, in quei luoghi, con ogni probabilità, non ci ha mai messo piede in vita sua. Trovo folli questi provvedimenti. É inconcepibile chiudere la montagna perché non si è in grado di proteggerla e valorizzarla culturalmente. La montagna per me è libertà, scoperta, vita. Impazzisco quando qualcuno che forse non ha mai visto un sentiero vuole costringermi a dover camminare sui suoi passi solamente perché ha il potere di farlo.

« Giovanni, secondo te cosa sarà passato per la testa all’uomo che ha deciso di murare qui questa spoletta di cannone? »
Con questa breve battuta Silvano mi distoglie dai miei pensieri sul sentiero di Campo dei Fiori. Vorrei parlargliene, vorrei conoscere il suo punto di vista, la sua opinione. Allo stesso modo però temo la sua risposta. Abbiamo ancora un paio di discorsi in sospeso e non so dove andremmo a finire aggiungendo altra legna al fuoco. Con un bel sorriso stampato in faccia rispondo al vecchio.
« Non ne ho proprio idea, non me lo sono mai chiesto. Sarà stata una burla o una piccola pazzia ma in fondo credo che sia stato un colpo di genio. Tra le centinaia di migliaia di metri quadrati di muri che abbracciano questa strada, questo è a dir poco unico. Forse è addirittura l’unico pezzo di muro lungo tutto il percorso che possa essere usato come toponimo. »
Silvano mi guarda, sorride. Il suo passo e il suo sguardo sono sempre più leggeri. Le pieghe del viso non mostrano segni di stanchezza. Il sole d’autunno, quel sole basso e dal colore caldo che allunga le ombre e tinge la natura di rosso, aggiunge magnetismo al viso rugoso e misterioso dell’uomo.

Al tourniquet de la val dei Vedei entrambi rallentiamo per gettare una fugace occhiata sotto le rocce che contraddistinguono l’ingresso della valle. In questi luoghi è spesso possibile avvistare animali selvatici e così è anche questa mattina. Il vecchio, senza nemmeno una parola, solleva il braccio e con l’indice proteso verso l’alto mi indica due giovani stambecchi che brucano l’erba autunnale color oro a circa centocinquanta metri da noi. Li fissiamo per un breve attimo con la certezza che non siano i soli presenti nell’area ma poi, sempre senza proferir parola, con un rapido cenno d’intesa ci rimettiamo in cammino. Poco più avanti, dove nei pressi del Belvedere la strada si fa per un breve tratto pianeggiante, decido di rompere il silenzio. Sento il bisogno di uscire dal vortice di domande e risposte che mi frullano in testa e per farlo ho bisogno del pensiero di Silvano. Finora ho ipotizzato infiniti punti di vista ma sarebbe sciocco continuare ad immaginarli quando posso semplicemente chiedere. Anche se lo conosco solamente da questa mattina, mi sento di poter dire che l’uomo che ho di fronte mi risponderà in maniera onesta e trasparente, forse addirittura in modo troppo diretto e tagliente. Nello zaino ho una bottiglia di Maroggia ed un pezzo di Casera  che avevo pensato di portare in dono al mio amico Abele che questa mattina mi ha invitato a pranzare con lui al Passo e che, dopo aver desinato, mi presterà una bicicletta per tornare a valle nel primo pomeriggio. Decido di usare vino e formaggio per invitare il vecchio ad una breve sosta in questo meraviglioso balcone panoramico. Sono certo che il mio amico non si offenderà nel vedermi arrivare a mani vuote.
« Silvano, cosa ne dice se facciamo una piccola sosta? Qui è meraviglioso e nello zaino ho una stuzzicante merenda che con piacere condividerei con lei. »
« Volentieri Giovanni. Grazie mille. Un piccolo riposo son certo che gioverà alle mie vecchie ossa. »
« Credo che farà più bene alle mie che alle sue. Lei sembra un grillo. »
Il vecchio mi guarda, sorride. Ormai è una consuetudine alla quale mi sto piacevolmente abituando.
« Cosa ne dice se ci fermiamo qui e ci sediamo sull’erba? É vero che dall’altro lato della strada, là dove un tempo sorgeva il Casino dei Rotteri, ci sono i comodi tavolini dell’area picnic ma oggi che la strada è chiusa al traffico mi sembra un peccato non rimanere qui a godere di questa meraviglia. Intendiamoci, non che dove ci sono i tavolini non sia bello ma qui è come essere seduto a cavalcioni sulla valle del Braulio. »
« Tranquillo Giovanni. Se non lo avessi proposto tu, lo avrei fatto io. »
Mi siedo sull’erba e mentre con le mani frugo nello zaino cercando il vino e il formaggio tra il piumino e gli indumenti di ricambio, i miei occhi corrono lontano verso i pendii settentrionali della Reit, i prati di Radisca, le Buse, la valle dei Vitelli, e poi giù verso i tornanti di Spondalonga che abbiamo appena percorso, le gallerie, la Valle del Braulio. Lo spettacolo è indescrivibile e il grande silenzio, interrotto solamente dal soffio del vento e dal lontano fischio di qualche marmotta non ancora caduta in letargo, donano all’ambiente un’atmosfera incantata.
Questo è da sempre ciò che riconosco come il fascino della montagna e pare impossibile poterlo godere qui, oggi, seduto a pochi centimetri dall’asfalto di una delle strade più frequentate del nostro splendido territorio.
Mentre con il coltellino svizzero cerco di stappare la bottiglia, passo a Silvano il formaggio avvolto in un sacchetto di carta. Levato il turacciolo, passo il coltello a Silvano e verso un po’ di vino nei bicchieri delle nostre borracce termiche. Lui taglia a pezzetti il Casera e lo serve sopra la carta che lo arrotolava. Con un breve brindisi ci salutiamo guardandoci negli occhi e poi entrambi torniamo a contemplare l’immensità che ci circonda gustando le delizie della nostra valle.

Una mattina sulla strada dello Stelvio – un romanzo di Stefano Bedognè (clicca qui se vuoi acquistare il libro su Amazon)