Una mattina sulla strada dello stelvio – capitolo XIV

Casin de i roter

Casino dei rotteri

[n.d.a Una breve fotografia dalla fine ‘800]

All’interno delle poche stanze calde dell’edificio la tensione, ora dopo ora, si fa sempre più snervante. Sono passati ormai tre giorni da quando ha iniziato a nevicare insistentemente. Da qualche ora, alla precipitazione si è aggiunto anche un forte vento da nord. Bepi, il più anziano dei rotèr, dalle prime luci dell’alba  sta immobile sulla sua sedia fumando la pipa. Nella stanza, insieme a lui, c’è la squadra di uomini pronti a uscire per ripristinare il tracciato. Tutti avrebbero dovuto essere al lavoro fin dalle prime luci del giorno, come consuetudine, ma il Bepi li ha costretti a restare nella piccola sala. Con il solo sguardo li ha obbligati ad attendere. L’anziano lavoratore è il più esperto del gruppo e, soprattutto, è uno dei pochi ad aver vissuto la tragedia dei rotteri con la valanga del 1885. Allora, la piccola casa era posizionata qualche decina di metri più avanti, al centro del comodo terrazzo pianeggiante. Poi arrivò l’inverno della tragedia, una terribile valanga distrusse completamente l’abitazione seminando panico e morte tra gli stradini e gli animali che vi alloggiavano. Alcuni di essi furono ritrovati solo parecchi mesi dopo, con i primi disgeli. Quello del rottero è sempre stato un lavoro duro e pericoloso, seppure ambito. Gli antichi statuti di Bormio parlano di questi lavoratori già da parecchi secoli. Da sempre è stato affidato a loro il compito di tracciare la rotta nei lunghi inverni di queste valli. La strada dell’Umbraglio e la via di Fraele erano aperte al transito tutto l’anno e ai rotteri toccava il difficile compito di mantenerle carrozzabili in ogni condizione. Per farlo essi si servivano di lunghi pali di legno infissi nel terreno, strumenti utili a ritrovare la via dopo grandi nevicate. A questi si aggiungevano la forza e l’esperienza di cavalli addestrati a trainare grosse assi di legno costruite appositamente per rompere e schiacciare il manto nevoso. Si dice che questi cavalli nei mesi invernali non fossero chiodati con i loro abituali ferri, ma che si preferisse lasciarli camminare con l’unghia viva in modo da aumentarne la sensibilità e consentire loro di riconoscere il fondo stradale già schiacciato in precedenza. Nella piccola stanza, impregnata dal fumo e dall’odore del tabacco, tutto è immobile. Solo il melanconico crepitio proveniente dalla stufa in ghisa sembra voler rompere il silenzio.

Bepi è là, fisso con lo sguardo alla finestra. Guarda fuori, si gratta la lunga barba irsuta e grigiastra. Pare essere in attesa di un segnale, del momento giusto per far muovere i suoi uomini. Egli ha già perso cari amici in un giorno come questo e, seppur consapevole dell’importante compito che gli è stato affidato, non vuole rischiare inutilmente delle vite. E poi c’è quell’accordo segreto che lui stesso ha stipulato con i cantonieri. Un patto non scritto per salvaguardare la vita di tutti, viaggiatori e lavoratori, accettato senza riserve dai cantonieri. A questi ultimi, diretti supervisori dei rotteri e responsabili dei loro tratti di strada, è bastata la parola di Bepi per accettare senza nulla obbiettare il patto segreto. Da una parte gli stradini si sono impegnati a garantire la traccia giorno e notte, in ogni dì della settimana. I cantonieri di cambio, si sono impegnati a garantire che nessuno si metta in cammino in condizioni estreme. Non appena il turbine della tempesta calerà la sua presa, Bepi darà il via ai suoi uomini. Chi verso l’alto, chi verso il basso, senza risparmiare energie tutti si metteranno al lavoro per schiacciare la neve e ripristinare la via. Ora però non è ancora giunto quel momento. Il vento sibila con forza cercando di farsi breccia tra gli infissi e le porte di larice. Il vecchio stradino è fermo sulla sua sedia, guarda fuori e fuma la pipa.

[n.d.a ritorno al tempo presente]

Passando al fianco del casino, oggi impropriamente chiamato seconda cantoniera, non posso fare a meno di pensare a quegli antichi stradini e al loro straordinario lavoro. Io e Silvano ci siamo da poco rimessi in cammino. Dopo il nostro spuntino e qualche scambio di opinioni sull’incredibile panorama del quale stavamo godendo, abbiamo pensato che fosse il caso di riprendere il nostro peregrinare verso l’alto. Pochi metri dopo l’abitazione abbiamo svoltato a sinistra sugli originari tornanti a chiocciola. Ci è sembrato più affascinante. Più in là, dove corre la variante realizzata nel secondo dopoguerra, provo ad immaginare la linea di scivolamento della valanga del 1885. Tento di comprendere la vita di quegli uomini, i lunghi mesi passati a pestar neve con i loro panni di lana grezza indosso. Quella lana calda ma allo stesso tempo capace di trattenere su di sé la neve come l’asola con il velcro. Altre vite, altri tempi. Io e Silvano continuiamo a salire. I sinuosi tornanti, con le loro curve e i loro muretti, in un attimo sono alle nostre spalle. Raggiunta la loro sommità riprendiamo il tracciato attuale e continuiamo diritti verso il pont de la Val de Scorluz. Getto uno sguardo verso l’alto in direzione delle rocce del Leoncino o Matocin de la Val de Vedei.
Con gli occhi cerco di scorgere qualche stambecco ma inutilmente. Davanti a noi il paesaggio sta nuovamente cambiando. In lontananza si iniziano ad intravedere le punte di Rims e il pont de la Crogeta.

« Silvano, forse ho capito cosa mi voleva dire! »
Il vecchio, senza voltarsi, con un cenno della mano mi invita a proseguire con le mie parole.
« Con giudizio giusto lei parla di un giudizio che non sia una sentenza ma bensì una base di riflessione. Un motivo di crescita nell’esperienza di giudicato e giudicante. Un punto di inizio nel quale entrambi si possano confrontare portando alla reciproca conoscenza i motivi della scelta e della contestazione.»
« Bravo ragazzo. Ci sei quasi. »
« Non le nascondo che se questo è il suo pensiero, lo ritengo un po’ utopistico. Bello, ma difficilmente realizzabile. »
« Perché? »
« Perché da quel che osservo, come dice lei, molti criticano senza poi essere in grado di supportare con sostanza o cognizione di causa le proprie critiche. Dall’altro lato, in pochi sono realmente disposti ad accettare osservazioni sul proprio operato. »
« Non credo che le tue parole siano sbagliate. Credo però che tu abbia nuovamente espresso solamente il problema di fondo. »
« In che senso? »
« Tu stesso, caro Giovanni, hai appena detto che molte persone criticano senza poi essere in grado di supportare le proprie parole. Al tuo pensiero aggiungerei anche che molti di questi “giudizi” vengono quasi sempre dati in assenza dell’interessato. Questo proprio per non essere costretti a dover dimostrare la verità della critica. Sbaglio? »
« No, non sbaglia. Ci sarebbe anche dell’altro da aggiungere ma non sbaglia. »
« Capisci tu stesso che questo modo di giudicare sia inutile. Fa solo del male. Come già ti ho detto, non porta frutto. »
« E quindi per lei cosa bisognerebbe fare? »
« Non spetta a me dirtelo, ma sono certo che lo capirai. »

Nuovamente, il mio compagno di viaggio ha troncato il discorso lasciandomi con una domanda senza risposta. É inutile che gliela riproponga o che io insista. Sono consapevole che mi stanno aspettando alcuni minuti di silenzio e riflessione. Silvano, dopo le sue ultime parole si è voltato a sinistra. Sembra osservare le pieghe geologiche che segnano il suolo del versante opposto. Il mio occhio cade invece sulle sorgenti che sgorgano dal terreno qualche decina di metri più avanti.
Mi ha sempre affascinato quel tratto di versante. Mi ha sempre fatto pensare a epoche remote, quando queste valli si sono formate disegnando linee, forme e colori in parte giunti fino ai nostri giorni e in parte tutti da immaginare.

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