Una mattina sulla strada dello Stelvio – capitolo IV
Da la galeria del “pont de fer” (ponte di ferro) al dos “del sablon” (dosso del sabbione).
Mi sposto sul lato sinistro della carreggiata e, curioso, getto lo sguardo sulla strada sottostante.
Una lingua d’asfalto lunga circa duecento metri e intervallata da due brevi tornanti porta al piazzale d’ingresso dei Bagni Vecchi. Voglio capire se il misterioso uomo ha scelto quella via. Se è sceso da quella parte non posso non vederlo.
Alla curva di Merlo mi appoggio alla ringhiera e attentamente scruto verso il basso. Non riesco a scorgere tutta la strada ma il punto di osservazione è sicuramente efficace al mio scopo. Il bosco che mi separa dal prestigioso stabilimento termale è composto prevalentemente da piante ad alto fusto, larice e pino silvestre. La vegetazione è fitta ma ariosa. Guardando verso il basso riconosco chiaramente le pareti giallo canarino dell’edificio e il parcheggio privato ricavato tra gli alberi. L’ambiente, che solitamente brulica di auto, persone, suoni e colori, è deserto come mai mi era capitato di vedere. Nulla si muove, tutto tace. Mi bastano pochi istanti per capire che lungo quella strada nessuno è passato negli ultimi minuti. Il silenzio è assoluto.
Istintivamente giro la testa verso l’alto e provo a vedere se alla curva di Crotin c’è qualcuno.
Niente nemmeno lì. É strano non avere più visto quell’uomo. È inverosimile non riuscire a scovare alcun segnale del suo passaggio. Nemmeno un’ ombra, un rumore, un odore. Sono passate poche centinaia di metri da quando ho intravisto quella sagoma umana. Poi più nulla. Neppure nei brevi rettilinei che precedono il pont de fer.
E se si fosse trattato di un animale? Magari uno stambecco! Uno di quelli che spesso scendono in queste zone in inverno e in primavera.
No. Non può essere. Forse mi sono solo sbagliato.
Probabilmente la realtà è che non ho visto niente. Ho solamente immaginato quello che nel profondo temevo di vedere.
Con la testa annebbiata da questi folli pensieri riprendo il mio peregrinare verso il giogo. Mentre mi rimetto in cammino do un’ ultima occhiata in direzione dei Bagni Vecchi. Non posso non pensare che la chiesa di San Martino, insieme ai Bagni, vigila da più di mille anni sulle nostre vallate. La storia di questi luoghi è lunga, complessa, ricca di episodi e aneddoti. Storie romantiche, tragiche, di ricchezza e povertà. Storie di benessere, di fede, ma più spesso storie di pellegrini, commercio, soldatesche e viandanti. Fino al 1862 i Bagni e la chiesa di San Martino erano proprietà della Comunità Bormina e delle Honorate Valli. Il simbolo di Bormio, sulla facciata di quello che un tempo era lo stabile principale dei Bagni di Sopra, dal 1544 è lì a testimoniarlo. San Martino, protettore di albergatori, osti, cavalieri, forestieri e viandanti, vigilava e proteggeva i preziosi transiti che proprio qui avevano un passaggio obbligato lungo la strada dell’Umbraglio. La strada
senza la quale Bormio non avrebbe mai avuto la sua importante e ricca storia. Qui ai Bagni, oltre al controllo del transito di merci, carri e soldati, per più di mille anni sono stati ospitati e soccorsi i viaggiatori che con coraggio affrontavano i disagi del valicare i grandi passi alpini. A segnare la storia di questi luoghi ci sono poi stati illustri personaggi di ogni ordine e grado. Chi per medicina e chi per diletto, per scienza o per magia, in molti hanno scelto di bagnarsi in queste calde e terapeutiche acque termali. Trovo triste che ai giorni nostri la piccola chiesa di San Martino sia chiusa e quasi abbandonata. A dir la verità, nella seconda metà del secolo scorso, anche lo stabilimento termale ha rischiato l’abbandono e lo sfascio. Per fortuna, sul finire degli anni novanta, imprenditori lungimiranti e coraggiosi hanno saputo dare nuova vita a questi luoghi, accrescendone fama e splendore.
Perso nei miei pensieri sono in prossimità della curva di crotin. Volto lo sguardo sulla destra e getto una rapida occhiata alla valletta che, perpendicolare alla strada, sale a piccole balze rocciose. Sorrido. Anche questo luogo è stato un mio terreno di gioco. Ricordo con piacere quando fino a pochi anni fa riuscivo a fuggire qualche ora da casa e dagli impegni per fantasticare in questo ambiente.
Salivo arrampicandomi sui salti di roccia del canale e poi più su per i ghiaioni fino al margine delle rocce soprastanti. A seconda dell’umore, sceglievo i passaggi più facili o quelli più difficili. Più in alto, la salita sulla ghiaia fine e inconsistente era un supplizio. Tanta fatica per riuscire a salire di poche decine di centimetri alla volta. Ma poi c’era la discesa! La discesa è sempre stata una goduria! Correre in discesa sulla ghiaia soffice è una delle cose più divertenti che esistano. Un po’ come correre nella neve ma tra la polvere e i sassi. L’unica differenza è che se nella neve si teme di trovare il ghiaccio che ti fa scivolare, sui ghiaioni il pericolo è incappare su un terreno solido che non ti lascia scampo e, arrestando bruscamente il piede, in una frazione di secondo può portare a una rovinosa caduta tra le pietre.
Più giù, invece, era una battaglia con i pini mughi.
Non ero abbastanza coraggioso per scendere arrampicando all’indietro sulle rocce e allora mi restava solamente la mugheta. Camminare tra i mughi è estenuante. Queste piante pioniere, essenziali per la colonizzazione arborea, sono talmente fitte e flessibili che quando provi ad attraversarle è come camminare in un labirinto. Spesso per andare avanti devi partire con due passi all’indietro. Per non parlare delle punture degli aghi, del caldo e dell’afa che si genera all’interno di questo aggrovigliato bosco.
Erano gli anni in cui alla televisione ci si divertiva con Indiana Jones e io mi divertivo a immaginare la mugheta come fosse la mia piccola giungla alpina. Il tesoro era nascosto più in basso, vicino alla strada. La mia Petra erano delle piccole e strane grotte di conglomerato. Anfratti simili a colate di cemento e ghiaia realizzate dalla natura. Tettoie dalle strane forme e in apparente precario equilibrio. I crotin.
Non so se in passato queste volte di roccia abbiano dato riparo a briganti, soldati o partigiani. Sicuramente lo hanno dato agli animali selvatici le cui tracce e gli escrementi erano sempre ben riconoscibili.
Mi fa sempre piacere ricordare quelle avventure.
Attimi di gioco, fantasia e spensieratezza, di alpinismo e di esplorazione. Non so perché ma questi pensieri mi fanno sorridere. Mi fanno stare bene. Ricordare quell’ingenuità, quei momenti che generalmente si tengono ben nascosti per non esser derisi o beffeggiati, hanno riportato serenità al mio pensiero.
Mah. Un momento! Cos’è? Questa volta ne sono certo.
In fondo al rettilineo del dos del sablon c’è un uomo!
Accelero il passo. Lo devo assolutamente raggiungere.
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