Una mattina sulla strada dello Stelvio – Capitolo V
Dal dos del sablon al dos de la fornasc. (Dal dosso del sabbione al dosso della fornace.)
Non c’è dubbio. Chi mi precede di circa un centinaio di metri è un uomo. Sulle spalle porta un sacco di tela color verde oliva. Uno di quegli zaini usati in passato dai cacciatori.
Sono ancora troppo distante per poterne riconoscere i più minimi dettagli ma sono certo che si tratti di quel modello. Di sicuro l’uomo che cammina davanti a me non indossa un abbigliamento sportivo di ultima generazione con tessuti high tech e colori sgargianti. Poco importa, tra non molto scoprirò chi è quel misterioso personaggio che tanto ha solleticato la mia curiosità.
Chissà se lui si è accorto della mia presenza?
Una breve serie di curve destra, sinistra, destra, porta al ponte di Mafazzoli.
L’impazienza di scoprire l’identità dello sconosciuto cresce come un turbine nel mio petto. Curiosità e mistero si amplificano ad ogni passo.
Senza nemmeno accorgermene, ho aumentato l’andatura fin quasi alla corsa. Una forza potente e misteriosa mi sta attirando a sé. Un barlume di lucidità mi riporta violentemente alla realtà. Sto ansimando.
Che diavolo sto facendo? Per tranquillizzarmi un poco decido di fermarmi per un breve istante. Respiro profondamente e mentre cerco di ritornare padrone del mio pensiero, inconsciamente, mi volto all’indietro. Getto un ultimo sguardo ai morbidi profili del Monte Vallecetta e delle pianeggianti praterie di fondovalle. So cosa mi aspetta più avanti e la mia mente sa già che tra poche centinaia di metri il paesaggio cambierà radicalmente.
Gli ampi spazi e l’accogliente conca Bormina svaniranno in un secondo. Al loro posto, aspre e selvagge, mi attendono le imponenti pareti di dolomia della valle del Braulio. Dove mi trovo ora, invece, le pendici del Monte Reit e quelle del Monte Scale si avvicinano fino quasi a toccarsi. Pareti verticali e strapiombanti alte almeno un centinaio di metri corrono a lungo una di fronte all’altra come due segreti amanti. Tanto vicine da potersi ammaliare e sufficientemente lontane per non toccarsi mai. A separarle il fiume che le accarezza entrambe. Non a caso questi luoghi prendono il nome di “Burroni d’Adda”. Anche questa volta pochi respiri e la bellezza del panorama mi sono bastati per ritrovare la giusta serenità.
Mi rimetto in cammino e di buona lena attraverso il piccolo ponte. Il nome del ponticello e dell’omonima valletta sono legati a un capomastro che qui operava durante la costruzione della strada, tra il 1820 e il 1824. Tra le varie storie che negli anni ho sentito raccontare su questo ponte, ho capito che Mafazzoli fu un capomastro durante i lavori di costruzione della strada. Un capo non particolarmente simpatico e con ogni probabilità non particolarmente amato dai suoi sottoposti. Una mattina il Mafazzoli fu ritrovato sul fondo del burrone che costeggia il ponte.
A dire il vero esiste anche una seconda versione, un po’ più tragicomica. Questa storia racconta che il capomastro si fermò sul ponte per chiacchierare e controllare i lavori. Il suo mulo, cieco da un occhio, continuò da solo senza accorgersi che la strada deviava. Finito fuori strada, cadde rovinosamente nel burrone
con tutto il suo carico. Non nascondo che ho sempre immaginato questa seconda storia come la versione ammorbidita di un tragico evento. Una versione per bambini nella quale il ricordo di un incidente, suicidio o assassinio, si trasforma in una sorta di novella per far comprendere la pericolosità del luogo e come le distrazioni possano in un solo istante diventare fatali.
Quale sia la verità, sempre che una verità ci sia, io non la conosco.
Più recente e maggiormente documentata è invece la storia che lega questo ponticello alle brigate partigiane dell’ Alta Valtellina. Sul lato opposto della valle, ai
piedi del Monte Scale, alcuni tunnel di osservazione scavati dai soldati italiani durante la prima guerra mondiale davano riparo ai partigiani. Ben protetti e nascosti in quegli strategici osservatori, videro le truppe naziste lasciare il bormiese per attestarsi alla terza cantoniera. Per impedire una eventuale nuova discesa a valle da parte dei soldati tedeschi, i partigiani decisero di far saltare il ponte di Mafazzoli. L’azione non portò alla completa distruzione del ponticello ma il danneggiamento fu tuttavia sufficiente ad ostacolare il passaggio.
La breve sosta, anche se positiva per il morale, ha nuovamente aumentato la distanza tra me e il misterioso uomo. Al pian del palon ci separano circa un centinaio di metri. L’uomo non si è mai voltato e nulla mi fa pensare che si sia accorto della mia presenza. Cammina al centro della carreggiata con passo regolare. Solamente nei pressi della deviazione per Boscopiano l’ho visto spostarsi sul bordo sinistro. Ha strofinato i palmi delle mani su un ramo di pino mugo e poi se li è portati al volto.
Da pochi metri la strada è in ombra. Di fronte a me la grande parete di Pedenolo, al contrario, è perfettamente illuminata dal sole. I raggi del mattino la tratteggiano di un rosso pallido, quasi arancione. Il forte contrasto tra luci e ombre la rende ancora più maestosa. Da qui, sembra la regina della valle. Se non lo avessi visto con i miei occhi non riuscirei a credere che le sue rocce facciano da basamento a un vasto altopiano dominato da un alpeggio. Uno dei balconi panoramici più belli di tutte le nostre vallate: l’alpe di Pedenolo.
Sono alle curve del dos de la fornasc, luogo così chiamato perché in questa zona erano ubicati i forni per la produzione della calce necessaria alla costruzione della strada. Una curva verso destra, morbida e scorrevole, anticipa una svolta a strettissimo raggio che chiude su una contro curva. Chi percorre in macchina o in motocicletta questo tratto di strada deve sapere che è uno dei punti più infidi e pericolosi dell’intero tracciato.
Aggirato il dos de la fornasc si entra in un nuovo mondo. Il canyon della valle del Braulio.
Il colpo d’occhio è mozzafiato. Le immense e apparentemente inviolabili pareti di roccia che svettano verso l’alto incutono timore e rispetto. In luoghi come questo è facile per il piccolo uomo sentirsi impotente.
Mentre cammino con lo sguardo fisso e assorto verso l’alto, un turbine di aria gelida mi colpisce con violenza fino ad entrarmi nelle ossa. É l’aria della Valle del Braulio. Dovevo aspettarmelo. L’aria fredda del Monte Cristallo, dell’Umbrail e dei ghiacciai dello Stelvio trova nell’imbuto di questa profonda valle il suo naturale sfogo. Quella corrente d’aria capace di deviare le perturbazioni temporalesche qui si presenta in tutta la sua essenza.
La glaciale raffica di vento, molto più violenta del solito, mi ha costretto a piegare il busto e ad abbassare repentinamente lo sguardo. Quando lo
rialzo un brivido gelido mi attraversa la spina dorsale. Un fremito mi pervade. Sono di ghiaccio. Il misterioso uomo è fermo di fronte a me. Mi sta fissando dritto negli occhi.
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