Salita al Passo dello Stelvio (parte ottava)

Dal tornaché del cion a la I cantoniera. (Dal tornante del maiale alla prima cantoniera)

Per anni mi sono interrogato sul motivo per cui questo tornante abbia preso il nome di “tornaché del cion” (tornante del maiale). Il toponimo del “pontin del cion”, poche centinaia di metri più in basso, non mi era mai stato d’aiuto. La mia curiosità ha finalmente ottenuto risposta nell’autunno scorso. Salendo verso il passo insieme a Toni, egli mi raccontò la divertente avventura che qui accadde parecchi decenni fa. Da allora, ogni volta che ci penso, mi viene da ridere.

Un commerciante Tiranese, di ritorno dalla Val Venosta, stava scendendo dallo Stelvio con le sue bestie. Giunto al tornante, il maiale che trasportava sul suo carro, cadde a terra e ruzzolò fuori dalla carreggiata. Il povero animale, precipitato rovinosamente ai piedi del muro di sostegno del manto stradale, grugniva disperato. Il carrettiere, colmo d’angoscia, urlava:

«Al me cion! Al me bel ciunin! Por al me ciunin!!» (Il mio maiale! Il mio bel maialino! Povero il mio maialino!)

Alcuni passanti, udite le strazianti grida dei due malcapitati, accorsero in tutta fretta. Il verso acuto e lancinante del maiale. Le grida di disperazione del commerciante. Tutto faceva presagire una tragedia.

Giunti sul posto, preoccupati e ansimanti, gli accorsi trovarono il carro abbandonato. Le urla di disperazione provenivano dal basso e cosi, affacciatisi verso valle, videro il carrettiere che cercava di spingere il maiale su per la ripida scarpata. Inutile dire che la scelta, senza successo, fosse dettata più dalla follia del momento che dalla benché minima ragione.

Il tiranese, innamorato del suo maiale come Sancio Panza del suo asino, le tentava tutte. Non voleva assolutamente arrendersi. Rosso paonazzo e madido di sudore cercava in ogni modo di issare il maiale verso l’alto. La povera bestia, malconcia dalla caduta e torturata dal suo salvatore, grugniva disperata. L’uomo spingeva il suino con tutta le sua energia. Gli parlava in modo dolce e rassicurante, quasi fosse un bambino. L’animale, dal canto suo, si opponeva con tutte le forze. Di risalire il versante non ne aveva alcuna intenzione. Piantate le unghie tra le rocce lanciava grida spropositate. Sembrava voler dire al suo padrone: ma brutto asino! Non lo vedi che sono un maiale e non sono una capra!

I passanti, testimoni inermi di quella teatrale scena, osservavano allibiti. La preoccupazione che li aveva fatti precipitare in soccorso dei malcapitati, si era presto trasformata in un piacevole divertimento. Accorsi per una tragedia avevano trovato una divertente commedia. Inutile dire che di fronte a quello spettacolo, tranne il maiale e il commerciante, tutti ridevano a crepapelle.

Esaurite le energie, uomo e animale si chetarono appoggiandosi al muro. Fu in quel momento che la ragione consigliò al tiranese la via più semplice per uscire da quel pasticcio. Il commerciante notò che la strada, dopo un nuovo tornante, proseguiva poche decine di metri più a valle. Invertito il senso di rotta, i due sventurati discesero in direzione del piccolo ponte sottostante e in breve si riportarono sulla carreggiata.

Da allora, in memoria della divertente avventura, il tornante e il ponticello sono chiamati “del cion”. E si noti bene, in onore del commerciante, il toponimo fu lasciato con il dialetto tiranese e non con quello bormino. Per questo motivo si parla di “cion” (maiale in dialetto tiranese) e non di “purcel” (maiale in dialetto bormino).

Il solo pensiero dell’ accaduto anche questa volta mi ha fatto sorridere. Silvano sembra essersene accorto e mi guarda incuriosito. Decido di parlargliene. Può essere un buon escamotage per farlo sbottonare e per scoprire qualcosa in più su di lui.

Nel preciso istante in cui sto per aprire bocca un forte ronzio mi blocca. Un suono rompe il silenzio. Una melodia strana, piacevole ma completamente fuori contesto. Mi sta squillando il telefono cellulare. Ero talmente assorto nell’ambiente e nei miei pensieri che per un istante non ho nemmeno riconosciuto quel suono. Quella melodia a volte temuta e altre volte desiderata.

Mentre cerco il telefono nella tasca dello zaino lancio al vecchio uno sguardo carico di scuse. Mi sento colpevole di aver rotto la quiete che ci stava accompagnando.

Nascosto tra guanti e berretta la mia mano trova il cellulare. Istintivamente tacito la suoneria e dopo qualche istante rispondo.

«Pronto?»

«Ciao, scusa se ti disturbo ma c’è un problema…»

«Pronto. Mamma. Pronto.»

La telefonata è saltata. Riprovo a chiamare ma non c’è campo. Non è una novità. Da qui fino alla IV Cantoniera chiamare è quasi impossibile.

Mi sposto velocemente di qualche metro. Riprovo ma senza successo.

C’è un problema? Cosa sarà successo? Oh cavolo. Anche se tornassi indietro subito ci vorrebbe del tempo per tornare in paese. Speriamo non sia nulla di grave.

Un nuovo squillo del telefono mi riporta alla realtà.

«Pronto.»

«Ciao sono ancora io.» Dice mia madre.

«Si ho visto, scusa ma sono quasi alla I cantoniera e qui il telefono prende pochissimo. Cosa è successo?»

«Ah già. E’ vero che andavi allo Stelvio. Scusa per la chiamata.»

«Si ma cosa è successo?» La incalzo energicamente.

«Ci sono qua i signori che devono partire e non funziona il POS per il pagamento con la carta di credito. Ho provato a spegnerlo e riaccenderlo ma non va lo stesso.»

Il POS. Il problema che per un istante mi ha fatto pensare a una tragedia è il POS! Non è possibile!

«Ci sono i numerini in alto?» chiedo spazientito.

«Dove? In alto dove?»

«Sul monitor, nella parte in alto.» Rispondo stizzito.

«E non lo so, non capisco dove. Beh adesso ci riprovo. Scusa che ti ho disturbato, mi dispiace. Divertiti.»

Il suo tono di voce è ferito e realmente dispiaciuto. In un istante comprendo il nefasto stato d’ira con il quale ho dato le ultime risposte a mia madre. Come è possibile che ci casco ogni volta? Come è possibile che riesco a dare il peggio di me nei momenti in cui mi sento al meglio? Non lo so. Non riesco a capire. Fino a pochi attimi fa ero terrorizzato che fosse capitato qualcosa di grave. Ora, capita la banalità della chiamata, invece di gioire ne sono adirato. Perché?

«No fermati.” rispondo cercando di simulare tranquillità. «Nella parte alta dello schermo dovrebbe esserci l’indicatore di carica. Lo vedi?»

«Si è sulla destra.»

«Bene. Sulla sua sua sinistra non c’è una lunga serie di numeri?»

«No. Non li vedo.»

«Ok. Come pensavo. Prova a staccare e riattaccare il filo di alimentazione della base del POS.»

«Fatto.»

«Adesso appoggia il tastierino sulla base e controlla se escono i numeri.»

«Eccoli! Adesso ci sono.»

«Bene, come immaginavo mancava la connessione bluetooth. Riprova adesso.»

Passano pochi secondi nei quali torno a pensare a quanto sono stato stupido. Come altre volte vorrei rimangiarmi le parole dette ma, anche questa volta, è troppo tardi.

«Ha funzionato. Grazie. Scusa ancora.»

«Non ti preoccupare. Scusa tu. Da qui in avanti il telefono non prenderà più. Se ci sono problemi mandami un messaggio che cosi appena posso ti richiamo.»

«Ok. Divertiti.»

«Ciao, scusa ancora.»

Ripongo il telefono nello zaino e colmo di imbarazzo mi guardo intorno. Temo di incrociare lo sguardo indagatore del vecchio. Mi volto ma Silvano non c’è. E’ sparito. Mi convinco che avrà proseguito nel cammino per non ascoltare la mia chiamata. E poi, tutto sommato, per quale motivo mi avrebbe dovuto aspettare?

Assorto nei miei pensieri riprendo la salita. Come il mio animo, anche il percorso è segnato da un inatteso cambiamento. Una serie di curve, assecondando la morfologia del terreno, agevola l’attraversamento di un breve tratto molto esposto. Rocce calcaree scure verso monte e un ripido precipizio ricoperto di pini mughi verso valle. Questo tratto di strada, preludio di ciò che verrà poche centinaia di metri più avanti, porta alla galleria de “Platta Martina” (piatta Martina).

Originariamente in questo luogo era stato realizzato un ponte. Nei lunghi inverni, le valanghe lo avevano spesso danneggiato rendendo impossibile il transito e, per questo, fu deciso di scavare la galleria.

Entro nel breve tunnel rischiarato dalle sole finestre esposte verso valle. L’impianto di illuminazione a fotocellula realizzato negli ultimi anni non si è accesso. E’ sicuramente in funzione perché all’ingresso ho notato acceso il piccolo led rosso ma, probabilmente, l’impianto non è tarato per i pedoni.

Il freddo umido della galleria mi avvolge. Lo sento penetrare nella carne. A differenza del secco gelo del vento, l’aria delle gallerie di roccia è un aria pregna di odori. Profuma di umido, di terra bagnata, di aria stagnante.

Percorro la galleria semibuia e in breve raggiungo il ponte della I cantoniera. Di fronte a me, il triste rudere. Uno spiazzo in terra battuta. Una serie di reti da cantiere. Alcuni metri di nastro bianco e rosso, a tratti strappato e sventolante. Un rigagnolo d’acqua fuoriesce dalle macerie. Proviene certamente dalla fontana in calcestruzzo nascosta dai primi muri. I sassi squadrati e quel che resta della grande parete frontale sono ancora in buona parte intonacati di rosso. Quello che ho di fronte è ciò che rimane della prima cantoniera. Sembra frutto di un bombardamento ma in realtà è solamente il triste risultato di un misterioso e devastante incendio avvenuto nei primi anni ’80.

Sulla sinistra, appoggiato al ferroso guardrail, c’è Silvano.

Mentre mi avvicino a lui, volgo lo sguardo sulle rocce a monte del ponte. Le famose rocce piatte che caratterizzano tutto il versante nord del monte Reit e dalle quali, in questo caso, prendeva il nome il ponte di “platta Martina”.

Su quelle balze rocciose qualche volta mi è capitato di vedere dei caprioli. Scruto con attenzione ma niente. Oggi nulla.

Solo pochi metri mi separano dal vecchio. Ancora una volta mi sta fissando dritto negli occhi. Non riesco a percepire il significato del suo sguardo. Più mi avvicino, più ho la sensazione di perdermi nel vuoto. Una scossa mi riporta alla mente il sentimento provato al dos del sablon. L’iride e le pupille dell’uomo che ho di fronte mi sembrano nuovamente la porta dell’infinito.

Con una smorfia della bocca, sollevando leggermente il mento verso l’alto, lancio il mio saluto all’uomo. Lui risponde con un sorriso. I suoi occhi brillano.

«Stanco?» gli chiedo con tono pacato.

Mi guarda. Sorride nuovamente.

«E cosa te lo fa pensare?» Risponde.

«Nulla. L’ho vista li appoggiato e ho pensato che stesse riposando.»

«No, mi sto solo guardando intorno. A me piace osservare.»

«E cosa stava guardando se posso chiedere?»

«Un uomo con la maschera.»

Salita allo Stelvio (parte VIII) – testo romanzato di Stefano Bedognè

Nota dell’autore: A causa dell’isolamento da Covid19 non è stato possibile recarsi sui luoghi descritti per fare fotografie da allegare al racconto. Tuttavia è stata introdotta una validissima alternativa. Cliccando sui toponimi indicati in grassetto (nel testo) si apre il link a google street view. In quella scheda il lettore potrà visualizzare a 360 gradi il punto che si sta raccontando. 

N.B. Le traduzioni dal dialetto alla lingua italiana non sempre sono possibili o, per meglio dire, spesso hanno significati ambigui e differenti. Vanno quindi intese nel loro contesto e sopratutto valutate per il loro toponimo più che per il loro significato letterario.

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