Una mattina sulla strada dello stelvio – capitolo XVI
Al pian de la terza
La piana della terza cantoniera
Quante sfumature e quanti dettagli del mondo che mi circonda perdo ogni giorno rincorrendo di gran fretta quella folle vita che spesso chiamo quotidianità? Quanta bellezza e quanta umanità sto inconsapevolmente ignorando? Con queste domande mi affaccio sull’inenarrabile piana della terza cantoniera. Una straordinaria prateria a circa duemila e trecento metri sul livello del mare. Anche qui, anno dopo anno, la vegetazione arborea sta conquistando velocemente terreno verso l’alto. Un paio di giovani larici, cresciuti nell’ultimo decennio pochi metri oltre il ciglio della strada, ne sono testimoni e sentinelle. Qua e là, altre giovani conifere fanno capolino. Piante pioniere alla conquista di terre alte raggiunte forse per la prima volta nella storia di questi luoghi o forse, più verosimilmente, ritornate a queste quote dopo molti secoli o millenni.
Sulla sinistra, un taglio alla naturale inclinazione del pendio segna l’inizio della strada mulattiera che conduce alla Bocchetta di Forcola, una delle tante roccaforti italiane della Grande Guerra che si trovano in questa zona. Sulla destra, nel pianoro sottostante, la torbiera “laboratorio” del Parco Nazionale dello Stelvio. Alle sue spalle, sull’altro versante, la strada militare delle Rese di Scorluzzo con la sua geometria e i perfetti muri a secco. Davanti a noi, ormai distante solo pochi passi, la fascinosa decadenza della terza casa cantoniera dello Stelvio. Il rosso pompeiano dell’edificio, quest’oggi, sembra sposarsi perfettamente con i caldi colori autunnali dell’ambiente circostante. Meno bello è invece l’inverno al quale sembra condannato questo storico stabile dagli infissi rotti e dall’intonaco malfermo. Un antico ristoro per viandanti oggi ridotto a poco più di un immondezzaio. Un vero peccato e una grande vergogna. É sconsolante pensare a come questi simboli storici delle nostre valli e delle nostre famiglie siano ai tempi attuali così tristemente abbandonati. Strutture un tempo accoglienti, vive e calde tutto l’anno, oggi sono ammantate da una funebre freddezza.
Mi bagno leggermente la fronte mentre sorseggio un poco d’acqua alla fontana posta al margine del piazzale d’ingresso. Come due facce di una stessa medaglia, si
scontrano l’immagine dei fiorellini in bassorilievo nel calcestruzzo della fontana con quella degli infissi rotti e dell’immondizia che si offrono in bella mostra alle spalle della porta socchiusa. Con Silvano a poche decine di metri davanti a me, sono solo e posso lasciarmi andare completamente ai miei pensieri. Cammino con il solito passo e, metro dopo metro, la chiesetta e l’oratorio di San Ranieri si fanno più vicini. Tutto è avvolto da un’incredibile pace ed anche il gorgoglio dei due torrentelli che scendono dalla zona del Cogn si amalgamano in perfetta armonia con il soffio del vento e i profumi dell’aria autunnale. Per un breve istante volgo lo sguardo all’ingresso della malga di Valdisotto e poi, senza un vero e proprio motivo, mi ritrovo a pensare nuovamente all’abbandono delle case cantoniere. Quando ormai solo pochi passi mi separano dal sacrario militare, quello che gli Alpini di Bormio orgogliosamente definiscono il sacrario militare più alto d’Europa, mi chiedo se tra poche decine di anni anche qui sarà tutto abbandonato all’oblio? Per quanto avrà ancora senso il motto appeso sulla facciata d’ingresso dell’Oratorio di San Ranieri?
Non vivi, per aver data la vita in olocausto alla patria;
non morti, perché vivo e perenne è il ricordo del loro sacrificio.
Così recita la targa posta sulla facciata dell’antica dimora del cappellano. Parole che più volte hanno fatto breccia nella mia mente portandomi ad immaginare la crudeltà della guerra ma che oggi mi portano al ricordo di divertenti mattinate estive passate in compagnia dei “nonni” del Gruppo Alpini Bormio. Fino a quando resterà vivo il ricordo di persone speciali che in memoria dei loro “nonni”, giorno dopo giorno, hanno reso più decoroso il sacrario oltre che più funzionale e confortevole questa sede d’alta quota del Gruppo? Ho passato poco tempo insieme a Otto, Ettore, Jonny e Rolando ma credo non ne servisse molto per comprendere l’affetto e l’amicizia che legava quelle anime. Un’amicizia lunga una vita, un’amicizia resistita alla vita. Dico resistita alla vita perché, come tutto, a volte anche le più grandi amicizie sono messe alla prova dagli eventi che si susseguono in migliaia di singole quotidianità. Fatti, avvenimenti, parole sbagliate o gesti malfatti, attimi di ebbrezza o momenti di debolezza che a volte possono segnare anche le unioni più profonde, soprattutto quando il diavolo, mascherato da orgoglio, si nasconde tra le pieghe dell’amore. Quanti ricordi corrono veloci mentre lo sguardo scivola sulla sottostante malga Stelvio, la casera 58 dalle persiane celesti e la grande prateria circostante. Ricordo con chiarezza le piacevoli mattinate passate in compagnia di quel gioioso gruppo di amici. Insieme a noi c’erano anche Stiven Giacometti, Erio Marfettoli e Jo Mulino. Si stava realizzando il locale bagno all’interno dell’oratorio di San Ranieri e il mio compito era quello di aiutare gli anziani nel preparare il calcestruzzo oltre che trasportare in cantiere mattoni, sabbia e altri carichi pesanti. Tra una chiacchiera e l’altra, uno scherzo e una battuta, in una settimana non mi fecero mai toccare né il badile né la carriola. Anche se mai apertamente dichiarato o accennato, essi sentivano quel lavoro come un compito a loro affidato e lo volevano assolutamente portare a termine in totale autonomia. Lamentavano falsamente e in continuazione la necessità di supporto dagli altri alpini del Gruppo ma di aiuto, nella realtà dei fatti, non ne volevano. Per me non c’era alternativa e tutto sommato mi divertiva essere parte di quella commedia. Mi rallegrava il tempo insieme a quegli uomini e mi piaceva stare ad ascoltare le loro storie e gli scherzi che vicendevolmente si scambiavano l’un l’altro. Ancora oggi sorrido al pensiero di quella mattina in cui Rolando e Jonny, accompagnati dal sorriso di Ettore, volevano convincere Otto a farsi aiutare nelle faccende domestiche da una giovane badante con la promessa che loro sarebbero andati a trovarlo più spesso nei lunghi pomeriggi invernali. Dal canto suo
Otto, fingendo di non aver compreso il gioco degli amici, rifiutava categoricamente di essere aiutato in casa sua, in quanto pienamente libero ed autonomo. Più lui si dichiarava indipendente e più gli altri lo punzecchiavano ingigantendo le sue debolezze e la sua anzianità. Una divertente commedia durata una mattinata intera, con il sorriso e la complicità di tutti, Otto in primis.
Con il sacrario militare ormai alle spalle, con la porta sbarrata dell’oratorio sulla sinistra e il monumento ai caduti sulla destra, io e Silvano avanziamo silenziosi
con il solo rumore del vento. Guardo la targa e inevitabilmente penso a tutti gli uomini andati avanti nelle guerre di ieri ed in quelle di oggi. Padri, figli, mariti, fratelli morti per difendere un confine. Quel confine fatto di tante cose, fatto di ideali, di interessi, di ideologie, di voglia di rivincita. Quel confine fatto di religioni, di denaro, di potere. Quel confine tanto effimero che quando la figlia del Rosso, con l’innocenza di una bambina di quattro anni ci chiese: “Dite che i soldati stavano qui a guardia del confine, ma cosa è il confine?”, non fummo capaci di rispondere.
« L’anno prossimo porterai anche il piccolo alla festa alpina di agosto? »
Con queste parole Silvano rompe il silenzio che ci accompagnava ormai da una decina di minuti. Per un attimo fingo di non aver sentito e con lo sguardo lancio un’ultima occhiata alla lacerata bandiera italiana che frustando l’aria sventola sul pennone alla destra del mausoleo. Quando abbasso la vista i miei occhi non possono più fuggire quelli di Silvano che, rallentando il passo, mi sta fissando benevolmente.
« Dai che l’anno prossimo sarà ormai abbastanza grandicello per portarlo sullo zaino lungo il Filon del Mot. Non sarebbe la prima volta che tu e i tuoi amici portate un bambino piccolo su quel sentiero. O sbaglio? »
« No no, non sbaglia. Ci stavo pensando proprio ora. A quanto pare lei quatto quatto ne sa sempre una più del diavolo. O sono io a sbagliare? »
Silvano accenna un sorriso prima di rispondere con la sua ormai familiare pacatezza:
« Te l’ho detto, mi piace osservare. Tu e i tuoi amici non è che passiate proprio inosservati quando siete in compagnia. »
Sorrido, alzo le sopracciglia e con un cenno, senza bisogno di aggiunger parole, non posso che confermare quanto detto dall’uomo.
« Non lo nego. Ormai la camminata con gli alpini della prima domenica di agosto è uno dei pochi momenti nei quali il nostro gruppo di amici trova una scusa valida per ritrovarsi. Passano gli anni, cambiano le vite e gli impegni quotidiani, ma quando ci ritroviamo è come se il tempo si fosse fermato all’incontro precedente. Ci sembra di riprendere un discorso mai terminato, una festa mai interrotta. Ci piace stare assieme, ridere, scherzare, prenderci burla delle nostre forze e delle nostre debolezze. Dopo tanti anni, anche se ci si vede poco, ritrovarsi è sempre un momento di gioia. Comunque si, anche se forse oggi è troppo presto per dirlo, il prossimo agosto mi piacerebbe portare il piccolo Archimede in cima al Monte Scorluzzo e al Filon del Mot. A dire il vero ci avevo già pensato anche quest’anno ma poi, complice il freddo di inizio agosto, ho desistito. Il pargolo era ancora troppo piccolo e sullo Scorluzzo minacciava neve quindi… »
« Hai fatto bene. Ogni cosa a suo tempo. »
Giunti in prossimità dell’acqua del Baiba, quella che si dice essere l’acqua più buona di tutta la piana della terza cantoniera, mi volto e getto un ultimo sguardo verso la Malga Stelvio. Oggi laggiù è tutto chiuso e non c’è alcun segno di anima viva. Nessuna traccia né di animali né dei Parini, gli storici malgari produttori del burro più rinomato della zona, leccornia per il palato e celebre per il suo colore giallo intenso, frutto della Potentilla e delle altre preziose fioriture di questi pascoli d’alta montagna. Ricordo con piacere quando Pieri, il capofamiglia, mostrandomi la scritta 1869 sul pilastro centrale de la stala de la casina mi raccontava che un tempo l’Alpe Stelvio veniva caricata con mille pecore e trecento capi di bestiame tra giovani e vecchi, ai quali si aggiungevano un buon numero di maiali e numerose galline. Anche per questo, presumibilmente negli anni quaranta del Novecento, venne costruito il silo in calcestruzzo che ancora oggi si affaccia sulla strada statale. Silo che veniva riempito con il fieno falciato all’interno del grande recinto di pietra e legno che si trova sul lato nord della Malga. Il tutto ovviamente serviva per alimentare il bestiame nelle eventuali giornate nevose della stagione estiva.
COPYRIGHT E NOTE LEGALI – AGG. 15/01/2021
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