Una mattina sulla strada dello stelvio – capitolo XVIII

Da la quarta al pont de la svoltecia

Dalla quarta cantoniera al ponte della “curvaccia”

Con le ante azzurre della vecchia pensione sulla destra, la caserma della Guardia di Finanza e quel che resta della quarta casa cantoniera sulla sinistra, anche questo luogo sta passando velocemente alle nostre spalle. Passo dopo passo lo Stelvio si fa sempre più vicino tanto che ormai sembra quasi di poterlo toccare. Mentre ci avviciniamo alle due curve de la svolta e la storta, il sole è ormai alto nel cielo e il riverbero si fa a tratti accecante. Sulla destra, in lontananza, il Monte Scorluzzo si presenta con la cima ricoperta da un candido manto nevoso. Non ci sono più le nevicate estive e autunnali di un tempo ma lo spettacolo è in ugual modo mozzafiato. Con gli occhi mi ritrovo a seguire la lunga dorsale Nordovest, quella che dalla cima del monte scende con alcune balze rocciose in direzione delle Rese Alte e poi giù ancora fino alle Rese Basse. Per un attimo mi pare di ritornare in quei luoghi, curioso vagabondo tra i numerosi camminamenti, le trincee e le fortificazioni della Guerra Bianca. Penso a tutti quegli uomini che su entrambi gli schieramenti furono costretti a vivere per alcuni anni aggrappati alla montagna tra colpi di fucile e palle di cannone, sia d’estate che in pieno inverno.
Da questo privilegiato punto di osservazione riesco pure a intravedere qualche segno delle cannoniere delle Rese Basse, punto strategico dell’artiglieria italiana a difesa della valle. Nascosto poco più in là, e da qui visibile solo con il ricordo, il bel laghetto delle Rese. Quante camminate e quante ore ho passato in quei luoghi? Tante ma anche troppo poche per le emozioni che mi hanno regalato. Luoghi di alta montagna comodamente raggiungibili e ricchissimi di curiosità storiche, naturalistiche, geologiche e paesaggistiche. E poi, perché no, anche una buona palestra di alpinismo tra creste e balze rocciose in compagnia di camosci, stambecchi, gracchi alpini e pernici bianche. Un vero e proprio museo a cielo aperto.

Giunti all’altezza del tourniquein e del tourniquet de Blockhaus, Silvano rallenta e torna a fissarmi dritto negli occhi. Non dice una parola, non una smorfia del viso, nessun cenno o particolare movimento del corpo. Ma parla. Eccome se parla! I suoi occhi sono talmente limpidi da lasciar leggere a chiare lettere il pensiero
che sta correndo semplice e cristallino nella sua testa. Mi sta dicendo di sputare il rospo, di tirare fuori il blocco che ho dentro, di liberarmi delle mie paure. Lo leggo chiaramente nei suoi occhi. Sta dicendo esattamente quello, forse addirittura lo sta urlando. Io non riesco a reggere quello sguardo, è troppo forte per me. Non riesco a fissarlo facendo finta di non vedere o di non capire. Potrei tranquillamente lasciar perdere, ignorarlo. É uno sconosciuto e a lui non debbo proprio nulla, nessuna spiegazione, nessuna apertura, nessuna confidenza. Ma ogni volta che mi fissa, ogni volta che mi guarda, mi vede dentro e mi spinge a scavare in profondità tra i miei pensieri.
« E va bene. Ho paura. Se proprio vuole saperlo ho paura. Non so perché glielo sto dicendo ma sento un inspiegabile istinto a lasciarmi andare con lei. »
« Non avere paura Giovanni. Non hai nulla da temere. Raccontami piuttosto di cosa hai paura. »
« Raccontare… Non so nemmeno da dove iniziare. »
« Non importa, tu inizia. Vedrai che parola dopo parola verrà fuori tutto da solo. Devi solo lasciarti andare. »
« Di cosa ho paura? Di tante cose. Ho paura di sbagliare e di fallire. Ho paura di essere giudicato per quello che sono o peggio ancora per quello che non sono. Ho paura di soffrire e ho paura di fare soffrire gli altri. E se queste paure mi accompagnano da molto tempo, da quando sono diventato padre ne sono arrivate di nuove. Paure che non avrei mai creduto di poter vivere, paure che hanno demolito in un istante le poche certezze che mi erano rimaste; e quel che è peggio, è che tutto è capitato senza che nemmeno me ne rendessi conto. »
« Bravo Giovanni, lasciati andare. Raccontami queste tue ultime paure, le paure che stai sperimentando da genitore. »
« O mamma mia. Alcune paure sono talmente nuove che quasi nemmeno le riconosco. »
« Racconta. »
« Ci sono paure grandi e paure un po’ più piccole, paure che si sommano creando una tempesta di emozioni. Credo che alcune siano comuni a tutti i genitori come la paura che possa capitare qualcosa al proprio figlio. Una malattia, un infortunio o accadimenti peggiori che non voglio nemmeno immaginare. Purtroppo nella mia vita ho visto genitori perdere un figlio, l’unico figlio, e da quel terribile giorno li ho visti morire con lui. Ho visto occhi pieni di vita spegnersi improvvisamente. Anime colorate diventare spettri in bianco e nero. Ho visto genitori combattere per le malattie dei loro figli, inseguire dottori e cure alla ricerca di risposte. Molti di loro li considero dei veri eroi. Spesso mi chiedo se anche io avrei la forza di combattere come loro, ma quando mi faccio queste domande mi ritrovo a pregare Dio perché non metta quelle prove sul mio cammino. Oggi come oggi, forse, tra tutte le mie paure queste sono le paure più grandi. E poi ci sono paure più subdole, paure che a volte sembrano spuntare improvvise qua e là come i funghi. »
« In che senso? »
« Ma che dire? Ce ne sono di ogni tipo. Alcune impensabili prima d’ora come la paura di scivolare camminando in un bosco o la paura di sciare pensando di non sapere più sciare. Paure talmente folli che si fa fatica a crederci per chi come me ha passato una vita a girovagare sulle montagne in ogni stagione e con ogni clima. Poi ci sono paure più filosofiche, pensieri più legati alla vita e alla morte. Che ne so? Una specie di crisi di mezza età. »
« Crisi di mezza età? In che senso? »
« Ma sì, riflessioni sul mio passato, sul presente e sul futuro. »
« Riflessioni di quale tipo? Raccontami per favore. Sono curioso di conoscere i tuoi pensieri, mi hanno sempre affascinato. »
« Guardando al passato mi chiedo cosa ho fatto finora della mia vita. Mi chiedo cosa sto lasciando e cosa lascerò a mio figlio. A cosa sono servite tutte le battaglie
che ho portato avanti in questi anni? Probabilmente a nulla. In quello che ho fatto mi sono sempre impegnato al cento per cento. Mi sono adoperato per raddrizzare ciò che mi sembrava storto, ciò che a mio avviso si poteva migliorare. Ho speso tantissime energie. Quasi mai sono stato tacciato di essere nell’errore, ma guardando indietro, credo che tutte le mie battaglie, alla fine dei conti, non siano servite praticamente a nulla. Sognavo di cambiare il mondo, almeno il mio piccolo mondo, ma alla fine della fiera, la maggior parte delle situazioni non sono cambiate e, addirittura, in alcuni casi sono forse peggiorate. Col senno di poi, magari, avrei fatto meglio a starmene in disparte, lontano dall’azione, invece che come Don Chisciotte a combattere con i mulini a vento. Avrei almeno avuto un po’ più di tempo per godermi la mia vita e le mie passioni. »
« Eh però Giovanni, perdonami se te lo dico, se te ne fossi stato in disparte non avresti mai conosciuto la maggior parte dei tuoi amici più intimi. Mi sembra giusto ricordarti che in fondo, usando il tuo esempio, come Don Chisciotte non puoi negare che più di un Sancho ha camminato e combattuto al tuo fianco, credendo nelle tue battaglie e sostenendoti nel tuo agire. Non sta a me giudicare se le tue idee fossero giuste o sbagliate, se hai vinto o se hai perso le battaglie che hai combattuto, se esse siano servite a qualcosa o non siano servite a nulla. Posso però ricordarti che senza quelle esperienze, senza quella tua voglia di lottare e di credere in ciò che fai, non saresti mai diventato l’uomo che sei diventato oggi. E fammi aggiungere che forse, nel bene e nel male, non saresti stato di esempio anche per altri. A volte si dà importanza solo al risultato, alla meta, al raggiungimento dell’obbiettivo. Ma si trascura il viaggio. Si ignora quanto si è imparato nel
percorso, quanto si è cambiati e quanta esperienza si ha acquisito. Se te ne fossi stato in disparte, non avresti imparato nulla. Saresti stato una comparsa e non il protagonista della tua vita. »
« Ha ragione Silvano. Ma quanta fatica è costata? Quante rinunce personali? Quante energie? Quante delusioni? Quanti bocconi amari? »
« Perché tu pensi veramente che stando in disparte le cose non sarebbero capitate ugualmente? Credi che la vita non ti avrebbe lo stesso messo alla prova in qualche modo? E se fosse successo, come avresti affrontato i problemi? Nascondendoti? »
« Problemi, problemi, problemi! Perché devono esserci sempre dei problemi? Non potremmo semplicemente vivere in pace, senza problematiche da affrontare o tribolazioni da vivere? »
« No Giovanni. Non si può. Sei su questa terra per vivere, per imparare. E non puoi imparare nulla stando nascosto in un angolo aspettando che la vita passi davanti a te. Perché questa è una delle poche cose certe che esistono. Il tempo passa. »
« Passa, passa, eccome se passa. Il solo problema è che mentre la lancetta dei secondi corre ogni giorno alla stessa velocità sul quadrante dell’orologio, la mia vita qualche volta pare accelerare. E così mi ritrovo ad essere più vecchio mentre nell’animo ancora credevo di essere bambino. Poi però, ogni mattina, mi ritrovo davanti allo specchio e lui, giudice implacabile, tutte le volte mi ricorda che l’orologio non mente e che il tempo è passato attimo dopo attimo insieme alla vita; e come la vita, ha lasciato i suoi segni. Anche di questo ho paura. Ho paura di quello che potrà accadere, ho timore di quello che mi riserverà il futuro. »
« Non puoi avere paura del futuro, non devi assolutamente. Il futuro è un quaderno pieno di pagine bianche tutte da scrivere. Non temere, anzi, sii fiducioso. Continua a seminare sorrisi e vedrai che raccoglierai sorrisi. »

A ogni sillaba pronunciata dall’uomo sento una carezza al cuore. Ascoltare le sue parole, pronunciate con una tonalità e una cadenza che potrei definire mistica, è
qualcosa di magico, qualcosa di irreale. Non abbiamo parlato molto ma anche con poco mi sento incredibilmente più leggero. Sento che pesanti e cupi carichi si stanno allontanando dal mio stomaco. Potrei addirittura definirmi un poco più sereno e felice. Mi guardo attorno e tutto è incredibilmente bello, anche perché in questi luoghi non potrebbe essere altrimenti. Dopo il pont del Blockhaus pietre, rocce e ambiente hanno nuovamente cambiato le tonalità di colore. Il rosso ferrugginoso della roccia ha lasciato spazio a un suolo più erboso. Sulla destra, verso le Rese Ponte del Blockhaus. Basse, rocce grigiastre e sassi perfettamente livellati e modellati da un antico ghiacciaio sono ricoperti da licheni gialli e verdi. Tutto è perfettamente al proprio posto in armonia con l’ambiente circostante. I migliori giardinieri di madre natura hanno lavorato in questi luoghi alternandosi stagione dopo stagione.

Dal tourniquet de la Stua getto uno sguardo all’indietro, verso il pont de la Stua, la terza Cantoniera, il Passo Umbrail e la Val Muranza con le Alpi Svizzere e quelle Austriache a svettare all’orizzonte. Più a sinistra il Piz Umbrail e le cime di Rims, che dopo essersi a lungo stagliate sopra di noi sono ormai quasi alla nostra stessa altezza, nuovamente cambiate alla vista.

Guardo il vecchio e vedo che anche lui si sta guardando attorno affascinato. Da parecchi minuti non facciamo una pausa ma, a quanto pare, non ne abbiamo bisogno. Procediamo senza sosta ma anche senza fretta, un passo alla volta, verso il Pont de la Svoltecia. Il rosso delle pietre torna a farsi vivo qua e là tra la brughiera. Una leggera brezza scende dal passo Stelvio quasi a ricordarci che manca poco, che la nostra salita sta per terminare.

Una mattina sulla strada dello Stelvio – un romanzo di Stefano Bedognè (clicca qui se vuoi acquistare il libro su Amazon)