Una mattina sulla strada dello stelvio – capitolo XVII

Dal pont del cuneton a la quarta

Dal ponte del “cunettone” alla quarta cantoniera.

« E dunque, caro Giovanni, sei pronto a levare la maschera! Forza ragazzo, un po’ di coraggio! »
« Ancora con questa storia della maschera! Io non indosso nessuna maschera! »
« Suvvia Giovanni, non fare finta di non capire. Sai benissimo di cosa sto parlando. »
« Non so cosa stia dicendo, di che diamine parli. »
« E va bene, se vuoi un aiuto, eccolo. Togli quello scudo che hai costruito tra la tua anima e il mondo. Smetti di fingere di essere quello che non sei. Smetti di comportarti come tu credi che vogliano gli altri invece di come vorresti essere tu. Non rinunciare alla tua autenticità. O ti levi presto quella maschera o te ne pentirai per sempre caro mio. »

Silvano ha ragione, le sue parole sono vere. Non so perché le dica, non so perché le pensi, ma sono vere e mi hanno colpito la bocca dello stomaco come il pugno di un pugile. Spesso, sempre più spesso, fingo sapendo di fingere. Fingo sicurezza, fingo di non avere paura, faccio di tutto per non commettere errori col timore che mi vengano rinfacciati. A volte, per il mio lavoro, mi è persino capitato di fingere gioia quando dentro provavo un grande dolore. Col tempo ci si abitua, ci si fa il callo. Ma forse Silvano non ha tutti i torti. A furia di recitare una parte, si rischia di confondere sé stessi perdendosi alla deriva tra menzogna e realtà. Vorrei parlarne con il vecchio ma non mi fido, non me la sento, ho paura di essere giudicato. Soprattutto da lui, uno sconosciuto che pare conoscermi fin troppo bene.

« Cosa vuole dire con le sue parole, che senso hanno? Io e lei neppure ci conosciamo. Io la rispetto per la sua anzianità ma lei, in fondo, perché dice queste cose e
da che pulpito si permette di giudicare la mia vita e la mia intimità? »
« Lo faccio solo ed unicamente per te. Smettila di avere paura. Anche se tu credi che questa sia la prima volta che ci incontriamo, questo non vuol dire che sia  vero o che io non ti conosca. É da tanto tempo che ti osservo e se ti dico certe cose è perché credo che sia giusto dirtele. Io non ti obbligo a fare nulla. Non lo faccio e non lo farei mai. Ma siccome siamo qua, stiamo condividendo una bella mattinata camminando in sintonia con le nostre anime e con la natura, perché  negare la realtà e non parlare apertamente. Di cosa hai paura? »
« Paura? Perché dovrei avere paura? »
« Smettila di fingere Giovanni, sii sincero. Prenditi il tuo tempo se vuoi, ma sii sincero. Con me non hai nulla da perdere. »
« Beh… che non abbia nulla da perdere lo dice lei. Le nostre debolezze sono le armi più potenti nelle mani dei nostri nemici. »
« Può essere, ma io non sono tuo nemico; e poi è altrettanto vero che sapere riconoscere le tue debolezze, accettarle e non temerle, potrebbe diventare la tua più grande forza. »
« Belle parole ma… »
« Nessun ma Giovanni, lasciati andare, liberati delle tue paure. »
« Liberarmi dalle mie paure. Facile a dirsi. Non saprei nemmeno da dove iniziare. »

É proprio così. Se dovessi raccontare le mie paure non saprei veramente da dove iniziare e, peggio ancora, non saprei dove poi andrei a finire. Con il pont del cuneton alle nostre spalle e il mur de li pozina al nostro fianco, per la prima volta appare davanti a noi il Passo dello Stelvio. La nostra meta giornaliera è in vista. Mancano pochi chilometri. Ma in questo momento lo Stelvio non suscita in me nessuna particolare emozione. Penso alle parole del vecchio, penso alle mie paure, penso alla maschera che indosso. Perché si, ha ragione Silvano, indosso una maschera. Non so se la indosso per mia scelta, per convenienza o per necessità, ma è vero che ormai troppo spesso sono costretto a recitare una parte. Attore non protagonista della mia vita, polemico giullare per il pubblico, giudice severo per me stesso. Pragmatico e sicuro alla luce del sole e pieno di incertezze nelle lunghe notti insonni. Forse ha ragione il mio compagno di viaggio, vomitare le mie paure potrebbe anche farmi del bene e in fondo, forse, basterebbe anche solo che non mi facesse del male.

Tarta Rims, Reina Ròsa, passo dopo passo procediamo. Silvano sempre più leggero, io sempre più pesante. In font al scurtirol de la quarta decido di proporre al mio compagno di avventura di lasciare la strada asfaltata e prendere sulla sinistra la vecchia traccia che porta direttamente al tourniquet de la quarta saltando in un sol colpo i tourniquet de Cava, del Caval e del Rin. I primi passi sull’erba, dopo tanti chilometri di asfalto, hanno come sempre un fascino unico. Il terreno è ancora morbido e l’erba, seppure inumidita dalla rugiada autunnale, rinfresca i piedi pur non riuscendo a bagnare le scarpe. Qui la pendenza è sensibilmente  aumentata e con essa è calato il ritmo. Anche la quota inizia a farsi sentire con il respiro che, passo dopo passo, si presenta più affannoso. Silvano cammina  davanti a me. La morbidezza del suo incedere non smette di affascinarmi. Mi sento veramente piccolo di fronte a questo strano individuo e alla maestosità dell’ambiente circostante. Perso nell’immensità che mi circonda scivolo nel profondo della mia anima con il tempo che pare fermarsi tra i miei pensieri mentre in realtà corre veloce sotto i miei passi. Coraggio, paura, maschera, freddo, sete, fame, sole, vento, tutto si mescola inseguendo pensieri senza capo né coda.
Tutto viaggia veloce mentre noi, in silenzio, un passo dopo l’altro, raggiungiamo il piazzale della quarta cantoniera dello Stelvio.

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